Le figurine dell'arte

di Marco Meneguzzo
Tratto dal catalogo dalla mostra personale "Figurine dell'arte". Galleria Forma libera, Torino, 1991


La coscienza che l'artista ha dell'arte è sempre lucida, talvolta tanto lucida da risultare iperrealista.
L'artista cioè vuol essere a tal punto il padrone della propria arte - e dell'arte in generale - , da non esitare a dichiararne la sparizione pur di dimostrare di governarne i percorsi.
L'operazione che Corrado Bonomi ha messo in scena con questo album delle figurine assomiglia molto a questa dichiarazione.
L'arte sparisce in favore del sistema dell'arte.
Così, l'artista precede tutti con questo ultimo atto volontario, e diventa l'esecutore testamentario della propria arte (o forse anche l'"assassino"): se l'arte è destinata a sparire, tanto meglio che chi l'uccide sia colui che l'ha più amata, come Otello con Desdemona che, si ricordi bene, non è vittima della gelosia ma del calcolo politico.
Dunque, un album di figurine sugli strumenti dell'arte, da collezionare secondo i modi del sistema dell'arte: operazione cinica e disperata ad un tempo, duplice ed opposta come solo l?arte sa essere, e più ambigua di quanto a prima vista potrebbe sembrare?
Il cinismo è evidente, anzi, è la prima evidenza di questa riuscita metafora sul mondo dell'arte.
L'arte è sostituita da un oggetto, le cui caratteristiche necessarie e sufficienti sono la rarità e la completezza: un album incompleto, in cui manchi anche una sola delle cento figurine che ne costituiscono la completezza, non può aspirare alla firma finale dell'artista, e quindi è un oggetto privo di valore.
D'altro canto, la completezza si raggiunge solo attraverso lo scambio delle proprie immagini doppie con altri collezionisti che a loro volta avranno altri doppioni: il risultato è una sensazione di "appartenenza" che lega tra loro i collezionisti, e che esula completamente da ogni conside-razione qualitativa, riducendosi a un problema di quantità.
Il meccanismo è semplice come quello dei bambini che si scambiano le figurine fuori dalla scuola, ma è anche ferocemente "vero" rispetto al sistema dell'arte, che con questa metafora mostra la propria crudele elementarità: ognuno si sceglie il proprio ruolo - il mecenate che completa più album, lo speculatore che compra solo poche figurine, in attesa che gli altri gliele richiedano, il finanziatore dell'operazione, eccetera - , ma è solo il primo produttore, l'artista, a soffrirne, a patire dello spossamento del ruolo e dell'identità, a tal punto che non è neppure necessario "vedere" le figurine, ma basta semplicemente conoscerne la collocazione numerica sull'album per decretarne l'importanza o meno per la propria collezione.
Come in ogni modello di terziario avanzato, il momento della produzione è sempre meno importante, rispetto a quello della circolazione delle informazioni e della creazione di un mercato, non importa se fittizio. Perché il sistema ideato da Bonomi è fittizio, assolutamente circolare e, soprattutto, basato sull?autorità della figura dell'artista che viene continuamente sminuita e negata: l'esito è un paradosso del mercato, che si sostiene sulla complicità degli appartenenti al sistema,  e che per sopravvivere non può mettere in discussione il sistema stesso, non può interrogarsi sui propri fini, perché rischierebbe di non trovarne altri che la riproduzione di se stesso.
Le figurine di Bonomi constatano questo dato di fatto, senza nessuna apparente notazione moralistica, ma è sufficiente svelare la "nudità del re" perché ci si accorga della vuotezza del sistema.
Per fare questo, non occorre il cinismo dell'artista ma, appunto la disperazione. Disperazione lucida e controllata, che lo porta a un'operazione titanica nell'esecuzione, e rischiosissima nel concetto.
Bonomi cioè, come uno degli orchestrali che a bordo del "Titanic" continuavano a suonare mentre la nave affondava, non può esimersi dal rispettare il proprio ruolo, per quanto svilito: è artista, e come tale "deve" dipingere ciascuna delle venticinquemila figurine - si , venticinquemila -, per dar corpo e significato a un sistema ormai privo di significato. Il sistema, allora, dimentica l'artista ma non può fare a meno della sua figura, o della sua semplice "dichiarazione d'esistenza", non importa se suffragata dalla realtà dei fatti. È solo l'artista che non bara, e che, alla fine, produce un vero e proprio manufatto, magari soltanto per dichiararne - come in questo caso - l'assoluta inutilità.
Ecco allora che il gioco perde quei connotati di leggerezza, di superficialità, di divertimento, per assumere significati più profondi, meno contingenti: l'album è la metafora del sistema dell'arte, ma è anche l'immagine della crisi dell'artista che rischia di perdere, con la propria identità, anche quella di chi, alla fine (in un ultima istanza, si sarebbe detto in periodi ideologicamente più battaglieri e più chiari), su di questa si basa.