Corrado Bonomi: lo straniamento

di Massimo Melotti
Tratto dal catalogo della mostra collettiva "Proposte II". Spazio della sede della Regione Piemonte, Torino 1989


Impercettibilmente, come sempre accade quando si vive un fenomeno di cambiamento, muta il nostro modo di percepire e , poi, di intendere.Muta ancor più oggi, passandoci sulla pelle, nella società della comunicazione dove si è perso il linguaggio "privilegiato" e dove imperversavano, in una nuova babele, linguaggi accomunati e, in fin dei conti, insignificanti.
Se ciò costituisce oggi il segno dei tempi, a maggior ragione il problema si pone per chi del linguaggio espressivo ne fa la propria arma in un eterno equilibrio o disequilibrio fra idea e estetica.
Nel mondo dei messaggi di massa l'artista, di fatto perdente, corre il rischio di un soffocamento tanto è grande l'accavallarsi dei messaggi, tanto è violento e subitaneo il consumo di questi. Non vi è che la sfida: nel tentare modelli espressivi ancor più violenti o percorrere strade in cui l'intreccio dei segnali proposti ci riconduca dalla "vertigine" nell'accezione data da Caillois, alla seduzione, alla scoperta dell'intrigo o del mistero che cela l'opera d'arte.
Artisti come Damien Hirst, Kiki Smith o Paul McCarthy, per citarne alcuni, ne sono i più attuali esempi; per altri, che si possono ascrivere nella stessa tendenza, il gioco della seduzione del linguaggio diviene più complesso e sottile, mascherato spesso dal piacere del fraintendimento o dal recupero di mondi infantili o di compiacimenti lucidi.
Fra gli artisti italiani Corrado Bonomi tenta, in questo senso, una propria rappresentazione per immagini del mondo che, oggi, noi percepiamo: un mondo reinventato ma, nello stesso tempo, veritiero, fatto di materiali di consumo, di segnali, di codici banalmente quotidiani come un orario ferroviario. Lo straniamento è la cifra base dell'arte di Bonomi. Tramite esso si entra nel gioco dei rimandi linguistici. Nel momento in cui la raffigurazione del treno ci riconduce al mondo infantile, scopriamo un codice nuovo e successivo, rimarcato dalla lettura di fermate e stazioni; e, poi ancora, presane coscienza, l'artista ci riserva la sorpresa della possibilità di una scomposizione e ricostruzione dell'opera nei suoi elementi: tanto da rimettere tutto in discussione. Là dove ci presenta la composizione piacevole di un fiore sovradimensionato, ne svela la sua essenza: un insieme di parti di manufatti quotidianamente usati per dargli una vita illusoria e artificiale.
In fondo, ciò che noi, quotidianamente, viviamo come natura.
In un recente mio testo sull'opera di Corrado Bonomi sottolineavo la capacità dell'artista di elaborare un linguaggio come "rappresentazione per immagini del mondo", ricordando Wittgenstein là dove concepisce il linguaggio come molteplicità di giochi di comunicazione.
Oggi il mondo di Bonomi si è ampliato e arricchito di oggetti e materiali che riutilizzati, esaltando il loro aspetto di rappresentazione piuttosto che di funzione reale, sconvolgono il consueto rapporto con la realtà.
Oggi, come allora, la lezione Dada è ampiamente superata a tutto beneficio dell'intersecarsi del gioco linguistico dei rimandi attuato sullo sfasamento dimensionale. L'oggetto che noi vediamo, comunque nella sua integrità, perde le sue connotazioni e diviene un "altro". Non si tratta dell'innalzamento dell'oggetto comune ad opera d'arte, operazione ormai storicizzata, bensì un ribadire e quindi rafforzare l'identità, tanto da stravolgerla, per poi trovarci in un altro universo in cui le regole del discernere e dell?identificare, i modi di linguaggio, la capacità stessa di comprendere è completamente diversa e sconosciuta. Ci rimane, unica guida possibile, unico filo conduttore, l'elemento ludico che l'artista abil mente svolge in tutta la sua produzione e che utilizza anche come strumento per alleviare, per sdrammatizzare e, in parte, per mascherare il suo "vero" percorso: quello concettuale, teso all'analisi del linguaggio, nel gioco dello sfasamento dell'identità oggettuale e reale.
La scommessa di Bonomi sta proprio in questo: nel voler giungere all'opera d'arte operando sui nostri riferimenti visivi e simbolici, riferimenti che ritenevamo acquisiti e inviolabili. Con il gioco, con una sensibilità forse ironica, forse ingenua e candida, Bonomi ripone tutto in discussione proponendo il nuovo linguaggio, appunto, come "molteplicità di giochi di comunicazione". Cosa può essere più "baco da seta" della raffigurazione di un baco da seta su seta? Chi può dubitare che la raffigurazione di una sardina in una scatola di sardine non rappresenti una sardina? Cosa c'è di più minerale di un "paesaggio minerale" realizzato con bottiglie d'acqua minerale? E nel gioco di "Bonopoli" è la realtà che precipita nell'invenzione ludica o il gioco che è divenuto parametro per un'esistenza reale?
Ma le opere di Bonomi, al di là di ciò, sottendono la tematica concettuale e poveristica del privilegio delle idee sull'estetica o, meglio, dell'uso di questa, componente volutamente rigorosa, per il fine ultimo dell'opera d'arte determinata da un ritorno dell?elemento conoscitivo, gnoseologico.
Così in questa personale la componente concettuale ha giustamente il sopravvento sull'aspetto ludico-estetico. Essa si dilata riconducendo i lavori di Bonomi ad un sistema regolato da un ordine superiore che ingloba le singole presenze.
L'archiviazione sottolinea il rapporto fra un "dentro" e un "fuori" assoluti che superano i confini dell'opera in una sorta di riordino della realtà oggettuale e della creatività artistica.