Un buco di sopravvivenza.

di Luigi Cerutti
Tratto dal catalogo della mostra personale " L'universo rovesciato. Una mostra, due luoghi." Labirinto - Accademia Filarmonica, Casale Monferrato, 2012


Esistono una serie di buchi. Nei quali qualcuno si sente comodo e nello stesso tempo qualcun altro vi è scomodissimo. O per altri ancora queste falle non sussistono. Io in uno di quei buchi ho dormito, come anche sono certo lo abbia fatto Tolstoj o Balzac. Uno dei miei buchi favoriti è il budino. Vladimir Nabokov 

L’ordinativo è sempre lo stesso da un numero di anni che supera di molto la soglia della memoria e che indurisce qualsiasi tentativo di recuperare l’inizio di quel calloso costume. Un caffè ed un bicchiere d’acqua con mezza scorzetta di limone. E che dire della strada percorsa e ricalcata per giungere proprio lì - a quell’ora e mai di troppo oltre? È probabile che per ognuna di queste abitudini, quella di osservare il peso limite dell’ascensore, le scarpe marroni con la punta aguzza per le giornate che serbano complicazioni professionali, il modo di rovesciare la Citrosodina nel bicchiere dal collo allungato, reperto di una sosta all’Autogrill, si compenetrino una logica parte che potremmo definire senza esitazione abitudine - una ripetizione ormai congenita che oltrepassa i confini dell’utile, per giungere nelle disabitate praterie del cronico - ed una certa comodità, piacere confortante nel ripetere quel gesto. È un rapidissimo e fatale momento, di ritorno da scuola, per i viali alberati dell’abitato, in una escursione di campagna, imitando la strada della volta precedente, quello in cui si apprende da se stessi di avere almeno una sfera ben precisata della vita del tutto abitudinaria. Eppure tutto questo è la banale conseguenza di vivere esistenze perfettamente socializzate, nelle quali esiste sempre un compartimento stagno che richiude un campo d’azione e in cui va relegato una certa, modica o forsennata, quantità di elementi ad esso connessa. E tutto questo non spaventa; tutt’al più concede un sorriso a chi, ora, porta alla mente quei piccoli spazi ripetitivi, quelle consuetudini molto sciocche o del tutto vitali che ispessiscono determinate azioni giornaliere, tanto da elevarle da minuzie a effetti indimenticati. Nulla di questo ha però a che vedere con il budino e con il latte, con i denti, con lo spazio e con il pomodoro, con il frutteto e con le lunghe strade dell’America post coloniale, inondate da whiskey e polvere. Infatti l’abitudine non è nemmeno l’involucro più esterno e risibile dell’empatia. È tutt’altra cosa. Una velleità in confronto al rapporto emozionale che unisce senza possibilità di dissoluzione il soggetto e l’oggetto del legame. Un abitudinario può essere empatico, può perfino percepire questo cordone verso l’oggetto della sua abitudine, ma questa è solo una delle possibilità, una coincidenza non del tutto verificata e non frequente. Sono certo che Paul Auster non abbia vissuto nemmanco un giorno della sua vita Newyorkese da barbone, in Central Park, su di una panchina a schivare gli occhi vigili dei poliziotti della grande mela e, al contempo, la fame e la sete, il bisogno di defecare nei cespugli frequentati nei fine settimana dagli amanti del pic-nic. Eppure in ognuno dei suoi libri esiste un clochard, che sia il protagonista o un carattere di passaggio nelle pagine del romanzo. Posso credere con convinta fermezza che anche Don DeLillo non abbia consumato e utilizzato tutti i microonde citati nei suoi libri. E che David Foster Wallace non abbia fatto in tempo a ingerire i milioni di chili di barrette al cioccolato di cui cosparge i capitoli delle sue opere; come se Bret Easton Ellis avesse divorato, volontariamente o no, quella quantità di droga, sesso, lenzuola inondate di umori e camicie. Esiste, in modo cospicuamente evidente, un ponte solidissimo tra la creatività, il luogo della nascita e della sopravvivenza di un’idea, e l’alveo, l’orifizio, nel quale questa forma di vita precaria si forma e trova la forza di proseguire il suo incedere nel mondo della realtà, il luogo più inospitale dell’universo. Per Rigoni Stern questo averno è certamente il bosco, l’alboreto, costellato, vissuto dagli animali che lo rendono tale e che lo preservano innanzitutto alla mente dello scrittore, che lo usa come lavagna per scrivere, per dare un senso alla sua opera. L’empatia è quindi questo indissolubile legaccio tra la persona ed il suo buco, quello spazio mentale ma perfettamente esistente, rintracciato nella natura delle cose umane, che tollera e difende l’idea, la accetta per quello che è. Posso supporre, così, che Marguerite Yourcenar pensasse spesso alla’arte funeraria, ai vasi canopi, o anche alle statue mozze che lambiscono e ornano i grandi mausolei della storia della morte dei massimi capi dell’antichità, o di quei ricchi che hanno potuto mostrarsi ai nostri occhi di contemporanei mediante i monumenti pensati per auto-celebrarsi. Proprio in quest’ottica Corrado Bonomi dorme nelle sue tane più confortevoli. I soldatini, gli oggetti militari, obici, carro armati, aerei. Le trame spaziali, astronavi, personaggi, pianeti e satelliti. Gli scatoloni da imballaggio. I treni. In queste caverne empatiche sviluppa il corso della sua poetica. Quello che tenta di affermare è un passo avanti, un luogo ancora distante; qui, infatti, innanzitutto egli è protetto, appartato rispetto alla casualità del traffico metropolitano, inarrivabile dai clacson eppure anche lontanissimo dalla strade di campagna, dalle paludi limacciose che avrebbero infiammato il cuore di Cormac McCarthy. Il livello empatico difende la possibilità creativa della mente umana. Prima ancora del contenuto del messaggio vi è il laboratorio del suo funzionamento. Spesso, poi, una parte o l’intero campo semantico di formazione costituisce e corrobora l’opera: è questo il caso dell’Alboreto Savatico o del Bosco degli animali di Rigoni Stern. E ancora, un alveo di questi nei quali rifugiarsi diviene, con il corso del tempo e dell’esercizio estetico, un cronotopo. Un luogo addossato e densissimo, nel quale lo spazio ed il tempo di quell’empatia si sono fusi senza mezzi termini, formando e creando uno gnommero nuovo, un callo, nel quale avviene e si dipana una narrazione, una successione d’eventi, una ciocca di poetica e pensiero, tutta emancipata e del tutto auto sufficiente. Questo nuovo organismo che prende atto dall’empatia che collassa la forza preservatrice del buco – lo spazio – nel tempo della narrazione poetica – l’oggetto, il significato -, che per Bonomi sono opere come Parata Militare e Per Collezionisti Insonni, costituisce un limite nuovo attraverso cui, in cui, trasmettere il proprio pensare. La congiuntura tra il buco d’empatia e chi lo abita, ossia tra lo spazio ed il tempo in tutte le rifrazioni della realtà oggettuale del buco stesso, produce questa cellula d’immaginazione pura detta cronotopo o anche, tutto ciò che avviene nell’avvenuto. Non omsnis Moriar (soldato appeso al suo paracadute, copertina di questo catalogo) è il cronotopo più riuscito di Corrado Bonomi. Il buco empatico è l’ambito militare, il suo tempo addossato è quel senso di morte, ma non di urgenza, quella melanconia invasiva che provoca l’immagine di chi, salvatosi saltando in tempo da un aereo in fiamme, muore per soffocamento appeso ai rami d’un albero, unico elemento verticale del paesaggio circostante.