L' innaffiatore Innaffiato

di Marco Meneguzzo
Tratto dal catalogo della mostra collettiva "Giardini". Galleria Dieda, Bassano del Grappa, 1996


L'INNAFFIATORE INNAFFIATO (Fratelli Lumière, 1895) Non amiamo eccessivamente la natura, qui in Italia. Per la verità, non l'abbiamo mai amata, e non ~ una (semplice) questione di ecologia: quando ci siamo potuti permettere un giardino, l'abbiamo voluto "all'italiana", cioè trasformando gli alberi in coni verdi e le siepi in ordinate partizioni geometriche o, al massimo, in labirinti per "le gioie della villeggiatura", e non per la scena finale di Shining: un' attitudine che ci portiamo dietro e dentro da secoli, e che sfiora la suprema verità del luogo comune, per cui i francesi sono grandiosi ma ci hanno copiato in tutto (pensate al giardino di Versailles. . .), gli inglesi sono molto più romantici di noi (il giardino "all'inglese" è la più perversa tra le imitazioni della natura da parte dell' arte), e i tedeschi sono tanto romantici da non poter concepire un giardino, ma solo foreste (meglio se nere). Così, la natura, già posta sotto controllo e possibilmente chiusa entro il muro di cinta di un giardino ?amo la Grecia - diceva De Chirico - perché lì la natura non è mai esagerata?diventa l'oggetto giocoso di una metamorfosi che serve a esorcizzare quella lieve inquietudine, quella sottile paura del vuoto che ci potrebbe cogliere di fronte allo spetta- colo della natura: così, preferiamo da molti secoli rendere noi la natura spettacolo. Spettacolo intellettuale, colto, come quello di Arcimboldo che costruiva personificazioni delle stagioni attraverso la composizione di frutti di stagione, e il cui risultato era invariabilmente - guarda caso - una figura umana; oppure come quello dei due nostri "giardinieri", Corrado Bonomi ed Enrica Borghi, che mi sembra scendano "per li rami" di una cultura che ha sempre snobbato Gian Giacomo Rousseau. Addirittura, mi pare che i due nella scientificità del loro agire eliminino quanto di casuale e incontrollato rimaneva in un eventuale giardino (che so... l'erba che cresce), per restituirci ancora un giardino, ma finalmente senza l'intralcio un po' imbarazzante della natura. Enrica Borghi si concentra sul "decoro" del giardino, su quel Settecento così veneto a proposito delle sculture che popolavano i viali, perenne memento alla supremazia della forma umana, anche quando la pietra tenera si ricopriva di muschio, trasformandole in divinità silvane (silvane perché verdi: oggi si direbbero marziane, visto che il verde è notoriamente il colore degli abitanti di Marte). A sottolineare la bizzarria silvestre, coniugata con frequentazioni da hard rock, forse anche un po' dark, tipicamente metropolitane, questi busti, queste statue sono ricoperti ora di piume - il che ci fa pensare a Papageno e a Papagena - ora di rossetti e unghie finte, ora di coton fioc, in una feroce quanto scintillante allegoria della finzione. Corrado Bonomi, invece, per l'eliminazione fisica della natura e la sua persistenza mentale, sceglie la via del linguaggio, della figura retorica della metonimia, con il mezzo al posto del soggetto: il giardino è l'innaffiatoio, che nella più pura tradizione manierista diventa anche fiore, trasformando lo strumento del giardino nel giardino stesso. I fiori di un giardino sono il frutto del lavoro degli strumenti dell'uomo, e allora, perché non saltare a piè pari questo incerto risultato biologico e fermarsi alla certezza dello strumento, del linguaggio, dell'analogia? Questo giardino è ancora più perfetto di quello rinascimentale, dagli arbusti ridotti a figure geometriche: la bellezza del giardino di Bonomi non ha bisogno di essere continuamente innaffiata, perché la bellezza ?è?già nell?innaffiatoio.