Linguaggi

di Luca Beatrice
Tratto dal catalogo della mostra collettiva "Proposte-confronto". Spazio della Regione Piemonte, Sassari, 1992


C'è un senso di allarme diffuso nell'operare in arte di Corrado Bonomi, una sorta di preoccupazione che si solleva pensando al destino-destinazione che toccherà all'oggetto. Bonomi ora è intento a rovesciare qualsiasi definizione formale e spaziale troppo costringente: utilizza certo il medium pittura, ma intervenendo sulla molteplicità di superfici che gli si presentano, la scatola di sardine, il contenitore di liquidi in PVC, la tela di sacco militare, le vecchie cartine geografiche, veri vasi per finti fiori. E poi dissemina tali oggetti nello spazio allo scopo di lasciare tracce, indizi da raccogliere per elaborare una struttura narrativa complessa, di cui giustamente Massimo Melotti mise in luce l'aspetto di "archiviazione" del reale, "rapporto tra un 'dentro' e un 'fuori' assoluti che superano i confini dell'opera artistica".
Tale procedere per raccolta di indizi alla ricerca dell'"assassino" mi ricorda la struttura dei migliori romanzi polizieschi (l'"assassino" Bonomi che si diverte a contaminare e dissolvere ogni presunta verità conquistata) e "Hard to Listen", opera di Jan Fabre tra le più significative presentate all'ultima "Documenta" (mano di cera che stringe un non ben identificato cilindro, disseminato per molte sale espositive di Kassel, come a "disturbare" l'ordine installativo).

L'apparato iconico di Bonomi recupera invece, con una specie di ossessività primaria, il gioco: il "Bonopoli"; le immagini di trenini scomponibili e ricomponibili dipinte sopra l'orario ferroviario, i pesci sul fondo delle loro scatolette, un sistema di tubi sulle taniche di plastica, gli aerei da guerra sulle tele militari o sulle mappe dei campi di battaglia.

L'oggetto è quindi sempre autoreferenziale rispetto al materiale del supporto, e Bonomi una sorta di "ready-made" di se stesso. Ma tutto questo giocare nasconde un'inquietudine, l'allarme di cui si diceva sopra, che appare evidente in lavori preparati per spazi molto connotati, come l'installazione ideata per Villa Azzura, ex-ospedale psichiatrico di Grugliasco, per la rassegna "Arte come evocazione": nel cesso di un reparto di reclusione Bonomi dipinge sulle piastrelle alcuni pesci e nella vasca scrostata depone anguille e altri pesci vivi. L'impatto claustrofobico è notevole, l'evocazione della follia che non si nasconde sembra dire che non vi è tempo per alcuna innocenza.

In ogni caso Bonomi è un attento ricercatore di linguaggi, mai fermo su una personale definizione di stile: come egli stesso ebbe a dichiarare nell'intervista a Paola Cerutti "in molti lavori la ripetizione dello stesso modulo componibile è enormemente accentuata, opero una sorta di riduzione linguistico-formale, nel senso che non esiste una priorità dei centri dell'attenzione all'interno della composizione, nessun oggetto si caratterizza o individualizza rispetto al complesso". Si avrà invece un vasto documentario della sua opera e dei suoi soggetti sistematizzati, schede linguistiche che producono invasioni parassitarie e non consolanti.