Equilibrismi

di Luigi Cerutti
Tratto dal catalogo della mostra personale "Casa Bonomi. Quel che passa il convento". Casa Bonomi, Milano, 2009


Dalla superficie non si può arguire alcunché. È uno sbreco minuscolo ed inarrivabile. Non del tutto invisibile, l?animo lo percepisce. L?occhio no. La materia ai lati lacerata viene lentamente digerita, cosicché appaia in un molle movimento sempiterno. Cosa potrà uscirne? Temiamo sempre che dagli anfratti escano mostri. La fuoriuscita, la comparsa, il materializzarsi. Sono tutti problemi. Grossi problemi. Ma che dire dell?entrare? Scomparire? Quel vaso spaziale, piccolo cono nerastro, è forse uno spazio inindagabile e amletico. Che osserva la reticenza delle molecole che gravitavano attorno alle sue labbra dardeggianti. È un luogo che ruota in senso contrario rispetto al pensiero degli uomini e attira, lo fanno sempre i luoghi misterici, una grande quantità di esseri e pulviscolo. Ed ogni giorno trascorso in presenza di quel valico insopportabile è come soggiacere ad un tempo delle scomparse continuo. Un lasso vitale immoto ma tremendo. Che cos?è davvero, quel luogo nero? È come il sovrapporre due fogli di carta. Molta colla, quella che, quando si è bambini, si chiama Pritt. La soddisfazione innanzitutto. Forse all?interno di quella pagina raffazzonata e spessa si cela una nota disciplinare malamente incassata. Le pagine non aderiscono con esattezza puntigliosa. E le due metà incerte rigettano alcuni lacci diafani di colla porosa. Come il foglio, verso il suo fondo, lontano dalla rilegatura del quaderno, si imbarca con non poca modestia. E si stringe, fino a lasciar scoperto una buona parte dell?angolo smussato. Ed allora inizia a germogliare repentino e vorace il seme del dubbio. Una tautologia, tutto sommato, considerato anche lo sconforto ed il risentimento, il sospetto, è questo. Una sovrapposizione non molto precisa. Un ripetersi non pleonastico. Vitale, ma pur sempre incerto. L?essere tautologici, foglio ritagliato sbilenco, è del tutto una caratteristica dell?uomo. Quasi uno stato dell?essere. E così il Mare di Bonomi è un banco di sardine, sempre più nutrito. Eppure non solo il mare è il suo regno. Quanto più un filo sottile d?acqua o d?aria (questi sono gli elementi della parola). Questa ripetizione che non è da tutti, è l?elemento d?anima, il tuorlo semantico, del ragionamento. Mi domando: puoi ripeterti davvero? Posso dirlo due volte consecutive, uguale? No. Il doppio due volte non ha esistenza. E così, incerte sulla fune e pericolanti, equilibriste da quattro soldi, le sardine, i treni, le macchine e persino i manifesti, si ripetono. E le loro parole producono uno scarto che non è ignorabile. Poiché quando il treno ha fischiato la seconda volta il cipresso di fronte alla locomotiva accarezza ormai una carrozza smunta ed il bambino che osserva è più lontano, e la sua palla ha rotolato a lungo. Quello strombazzare dell?auto sulla cartina vuole insinuarci il dubbio: tautologico non è ripetitivo. Dice altre cose, in altri luoghi. Altra aria è svicolata. Altra acqua ha lambito i nostri piedi. Che cos?è davvero, quel luogo nero? La piccola e deformata valle si estende dal lato est, dove il limitare del bosco si inerpica per la collina, sino a sud, dove inizia il frastagliato lago, ed a nord dove la montagna, grigia ed inespressiva, cova un rancore poco naturale. Per il resto è un agglomerato di case. È raro intravedere qualche anima. Non sempre, infatti, gli uomini vanno a caccia oppure lavorano il campo. E le donne lavano al fiume o curano il giardino. La luce filtra, lenta e sfiaccata dalla cima di questa dimessa valle, rimbalza traslucida ed evanescente sulle pietre e sull?acqua del lago, per poi morire sui primi pungitopi del bosco sempre più fitto. È un imbrunire continuo. Le candele, la paglia della stalla e l?erba permettono ad uno spettro di colori gialli e dorati di emergere e di costituire una cappa cromatica ambrata e bruna. Quell?atmosfera crepuscolare, da embrione della vita, prima del tutto, è percepibile anche nella staticità di quell?esistenza. È un luogo invisibile, quello. E forse anche invivibile. Eppure alcuni movimenti di fumo si sollevano dai comignoli. Dietro alla ruota del mulino, appena prima dell?inizio del giardino curato (da fantasmi). Sono masse di fumo. Anzi, segni. Donna, cuore, rana, ragno, sedia, martello, rosa, chiave, candela, pesce. Ma di quei segni, bizzarri ma necessari, improbabili ma zone vitali della valle del silenzio e del crepuscolo, non si ha molto da dire. Sulla montagna c?è da parlare. Il ghiacciaio. La salita e la mulattiera del canalone ovest. La cima innevata ed i prati del declivio. La ghiaia che, compatta e finissima? Cosa può essere il pesce di fumo, solo fumo, fuoriuscito dal comignolo della casa centrale? Del fumo non si può parlare. Scompare al vento, spazzato dal soffio di Eolo. Del fumo si sospetta, sempre. Quello che dice è leggero. E non ha pretesa di persistenza esistenziale. Chi può ascoltare una testimonianza così flebile? Cosa, però, può essere quel pesce? Se credessi, potrei dire la casa di Cristo. Se intravedessi un amo, un verme o un bastone lungo e fine che non possa essere travisato con una verga, direi la casa del pescatore. Oppure semplicemente la casa di un uomo che brucia i resti snocciolati e succhiati con cautela e zelo del branzino della cena. Non posso dire altro. Questa è davvero la valle del silenzio e dell?imbrunire. La valle dei dannati. O anche di meno. La valle. Questo luogo invissuto e meschino è una porta sull?aldilà. Sul luogo profondo del mistero. Non chiedermi parola tu che ascolti ed osservi quegli sbuffi di rosa e di rana fuoriuscire. Non posso dirti se all?interno si nascondono mutanti nel corpo o nel cuore. O ancora desideri. Oppure se, sfiancati ed intimoriti dalla montagna e dal quel bruno continuo, non esista qualche abitante che brucia, per il freddo e con relativa tranquillità, le immagini sacre del Cristo. Su quelle appendici di fumo non so nulla, tranne che per la loro immanente e terribile fisicità. Non c?è vento a spazzarle o uccello a dissiparle. Cosa può essere così resistente a questo mondo? Che cos?è davvero, quel luogo nero? Un brulicare di animali. Quella testa è un brulicare di animali. Ci sono leoni, erba, calamari, totani, seppie, squali, zebre, ragni, gazzelle, serpenti, maiali, coccinelle, rane, leoni marini. Potrei continuare, ma l?addensamento rende quel volto illeggibile. E? un affastellarsi di piani, di zampe e fauci. Di chele e pinne. È un corpo in movimento continuo, una voragine oscura di animalità e di furore. È il vegetare di un volto e di un barlume (d?idea), un tuorlo molto denso e quasi indivisibile che monta come un mare in tempesta le cui onde agitano l?acqua che le precede e le cui molecole si scontrano. E da energia scaturisce energia incontrollata. Così è il pensiero o l?incedere di questo. Una ruota senza il controllo di alcuno. Un vegetare che avanza, come edera sui muri. Che cos?è davvero, quel luogo nero? E se fosse l?interno magico di una balena? Un?ugola. Alcuni vasi di bile stracolmi che lacerano la carne. Un antro oscuro. Nemmanco la penombra, se non fosse per qualche sprazzo di luce appannata che si infiltra da alcuni pertugi di molto in lontananza. Si muore all?interno della balena? O sul suo dorso scomodo e viscido? Che cos?è davvero, quel luogo nero? È il chiosare del nulla, il parlare vuoto, il ronzio impertinente dei luoghi dell?arte italiana, l?appiccicume violento e faticoso dell?Acacia. Che cos?è davvero, quel luogo nero? Non lo so, davvero, Ma ti mostro un mondo ?di cui so ben poco. Un vortice rovesciato nel quale e dal quale fuoriusciamo un po? increduli e raffazzonati, sul quale tessiamo storie e teorie, dove torneremo e sempre saremo immersi. È anche il nero della coscienza che si mescola all?inconscio. È qualcosa di cui non conosco nulla. È anche un Teddy Bear (Arturo?) che sta al mio fianco, sempre. Un universo costruito a mia immagine, chiave passepartout con la quale tradurre l?impossibile versione di quel luogo nero che ci inghiotte tutti.