Hilarotragedia

di Luigi Cerutti
Tratto dal pieghevole della mostra collettiva "Hilarotragedia". Galleria Tingo, Milano, 2008


Cornice: E' un tutt'uno. La cornice bianca, diafana. Il cielo che non trova i suoi confini. L'empireo che schiaccia le teste delle formiche rosse come acini d'uva. Il sottobosco che geme in una messa in scena comune, in un respiro caotico e globale. In questa notte porosa e intermittente, con le lucciole a sfiatare blande i loro fiochi bagliori, il formichiere si agita, quasi introflette la sua anima terrosa. Lo scarafaggio supera le radici delle piante e si compiace, indurendo la propria corazza con un tuffo del cuore. L'ape oltrepassa i limiti della valle, quasi oltre i confini di questo bosco, di questa cornice improvvisata, artefatta, eppure arroccata alla sua certezza di esistenza. In questo mondo, che poi è soltanto un punto, uno gnommero minuscolo nel quale respiriamo contestualmente, si intrecciano le vicende, muoiono e rinascono le cromie dalla notte al giorno. E' un sistema chiuso, nel quale le variabili ristagnano e non esiste brezza che ripulisca la calotta celeste. Cosa possa esistere oltre i limiti fisici della valle, al di là dei fiumi o sotto l'argilla del suolo, non è dato sapere. Lo immaginiamo noi, ma è solo spirito melodrammatico e fede.
Questa è la cornice che ci contiene e nulla più.
Pece-pesce: Il bosco tace. Nella notte ancora fredda, quando sui tavoli di ciliegio dei cacciatori il bicchiere del mattino era ancora colmo di grappa densa, erano scese sulla valle aperta e battuta dai venti piccole meteore. In una calda e grumosa pietra ero contenuto io. Frutto di una carnalità delle stelle, di un rapporto di pianeti, di un pensiero. Delle altre non ne sono al corrente. Cosa avranno contenuto quegli spermatozoi di roccia viva?
Cornice: Una crepa! Una crepa! Il mio cranio spezzato...
Pesce-pesce: Sono uscito dalle correnti, oltre i flutti dei mari. Il mio al di là è terreno. Puro suolo. Non potrei dire con esattezza cosa sono divenuto dopo il rapporto interstellare. Nessuno mi darebbe un nome, di me c'è solo la sostanza a definirmi. Sono un Pesce-pesce. La mia anima è doppia, ma non ridondante. Il mio parlare è ripetuto ma non pleonastico. Il valore di una tautologia non risiede esclusivamente nella duplicazione a cui è sottoposta. E' piuttosto un tentativo logico di porre una prima domanda fondamentale ad un universo spesse volte sordo e cocciuto: se parlo più forte, mi potrai udire meglio?
Fratelli Coltelli: Cosa dici? Smettila. Tu un Pesce-pesce? Io ne ho visti di pesci, ne ho viti a branchi, e tu non sei la metà di un luccio o un terzo di un nasello.
Cornice: Ancora si libera dalla pelle levigata e ustionante il mio cranio malcocnio. Stacca con le sue dita melmose quelle mie schegge gelatinose. Ora ne ha tolta una dalla gamba. Affusolata e liscia. Cosa conteneva? Era forse parte della mia ironia? Oppure la tana di uno scarafaggio?
Non è tanto il dolore, ma lo sbigottimento di questa scena orrorosa...
Fratelli Coltelli: Tu sei solo uno scherzo mal riuscito. Una suppellettile carnevalesca. Esiste il carnevale? Lo chiedo a te cielo ingrato che mi hai fatto piovere in questa landa di desolazione. Mi guardo attorno e non vedo altro che bestie che cercano rifugi e costruiscono piccoli forzieri di cibo.
Pesce-pesce: Tu mi conosci? Tu mi conosci? Mi hai visto all'opera? Mi hai visto all'opera? Perché sono qui? Perché sono qui?
Fratelli Coltelli: Quante domande. Sei noioso come dicono i tuoi colori spenti. Il tuo occhio glauco. Le tue squame sono sudicie. E il tuo mare si è ridotto ad una pozza che ti solletica le pinne dentro ad una scatola. Sei solo un misero trancio di pesce. Nè un pesce. Nè una scatola dei segreti. E questo mondo cos'è? Perché ancora il budino al di sopra perde pezzi?
Pesce-pesce: Credi che io possa essere un semplice nulla? Credi che io possa essere un semplice nulla? Che non...
Fratelli Coltelli: Tu sei molto meno di nulla. Sei la negazione di quello per cui questo mondo respira. Sei una stolta tautologia. Un frammento di domanda che non trova una collocazione. Anzi, se vuoi proprio che te lo dica schiettamente, come ho riflettuto nel rapporto interstellare, prima di giungere qui, sei una macchinazione senza scopo. La tua esistenza vorrebbe dimostrare che nel mondo il doppio non ha seme, né motivo d'esistenza. Che il dubbio non ha ragion d'essere. Che la relatività è una rara quanto diabolica bestemmia. Perché la tua presenza in questa landa, il solo fatto che l'Immanente abbia deciso di procrearti e farti discendere, vuole dimostrare che il doppio è solo pura ripetizione di se stesso. Al pari di una medaglia con la medesima faccia. Sempre tristemente uguale. Tu sei un'aberrazione logica. E null'altro.
Pesce-pesce: Io non posso essere quello che dici. Io non posso essere quello che dici.
Fratelli Coltelli: Continui a ripeterti inutilmente. Sei un minuscolo registratore simultaneo del tuo encefalo.
Pesce-pesce: Io sono questo? (E poi con un filo di voce) Io sono questo? Io nego il dubbio all'umanità? Io nego il dubbio all'umanità?

E ancora prima che qualcosa, un'ape dolce, un soffione esploso a pochi metri di distanza, potessero rispondergli, Fratelli Coltelli impugnò la sua lama tagliente. Quell'arma così accessibile spezzò il fiato dei cuori coinvolti nella storia. Un sorriso compiaciuto, e non ancora esasperato dalla soddisfazione o dilaniato dal rimorso, comparse sul suo volto di ceramica dura e verde. La lama non affondò con facilità. Dovette premere con vigore. Il primo strato di latta si aprì crepitando acutamente. Dopo la latta arrivò la carne molle e indecisa. Il coltello, qui, fece breccia con facilità. Sbrecando e lacerando gli strati lipidici e i muscoli fino agli organi. Non ci fu sangue ad irrorare la scena. Una polvere bianca, quasi di gesso, imbrattò la lama. E prima ancora che Pesce-pesce spirasse, Fratelli Coltelli si rese conto che, maldestramente, nello spingere forsennato, aveva perforato anche il suo stesso addome con il lungo pugnale. Un fiotto bianco fuoriuscì dalla sua sacca gastrica. Nessuno gemette.

Pesce-Pesce: Io non sono una bestemmia. Solo, l'eccezione che conferma quella regola. La fondamentale presenza che ricorda ad ognuno la bivalenza della parola.
Io pongo all'universo quella domanda fondamentale: se parlo più forte, mi potrai udire meglio?

A quelle parole la cornice e gli scarafaggi, le api e i fili dell'erba diafana, oscillanti alla brezza lunare, si sfecero. E ogni dettaglio di quel sottobosco incantato iniziò a declinare. Nugoli di insetti scomparvero in pochi secondi, come disintegrati da una forza superiore. Fiumi bianchi di polvere e di schegge più grosse iniziarono ad avvolgere il mondo in un vortice. Fratelli Coltelli, con le forze residue, le palpebre e gli occhi quasi del tutto sgretolati, osservò quella sublimazione di massa e non pensò a nulla se non a quella beffa poco generosa.
La cornice, unica vera madre di qualcuno, si lasciò frantumare, con atteggiamento lungimirante e rassegnato.

Cornice: Scompaio.

E ancora prima che una coscienza, una soltanto, potesse realizzare alcunché d'altro il vuoto cosmico si impadronì della scena. Ed ogni essere o animale si ritrovò in quell'intercapedine discreta che è posta tra l'essere e il non-essere. Ai confini della vita. Dove il pensiero è mozzato e la parola muta.

Hanno partecipato alla storia (vera).
Cornice o Stefania Ricci.
Pesce-pesce o Corrado Bonomi.
Fratelli Coltelli o Gianni Cella

P.s. d'autore.
Il motivo che spinge tre artisti, piuttosto affermati, a tentare la via della ceramica, conoscendo bene ciascuno di loro, mi è sembrato evidente. Cambiare il significante dell'opera è spesse volte un fatto traumatico. Può ,mancare il rapporto viscerale, quasi fisico, con il materiale. Possono venire meno gli stimoli. Ancora, può non esservi l'abilità a lavorare in certe condizioni. Eppure, in questo caso particolare, credo che la spinta al cambiamento, alla sfida di ceramica, arrivi dal desiderio di proseguire e rinnovare il proprio lavoro. Di sovradimensionare la produzione. Vedere, infine, se con altre spoglie castelli, cornici o esseri grotteschi, siano in grado di parlare altre lingue, indagare nuovi orizzonti, suggesinare con altre note.
Il risultato è da tastare.